Orgogliosi di cosa?

Luglio è il mese dell’orgoglio disabile.
Ma esattamente, orgogliosi di che cosa? Di cosa dovrebbe essere orgoglioso un normo dotato? Di niente no? È perfettamente normale esserlo. Appunto. Sono abbastanza certo che non abbiate trovato nulla di strano nel leggere queste due righe. Ora rileggetele pensando di avere una disabilità.

Non suona un granché vero? Eggià. Eppure è così che si presume dovrebbe sentirsi un disabile nella nostra società: un imprevisto. Un’eccezione a cui dover trovare una soluzione. Una spesa, un peso. Siamo un problema. Un sacrificio. Una bella gatta da pelare.

È triste, ma in fondo vi sembra ancora tutto sensato vero? Poverini. Che vita di merda. Toccasse a me non ce la farei mai. Preferirei morire. Tranquilli, non è quello che penso di me. Non più almeno. Ma è quello che sentiamo dire ogni giorno. Ci è voluto un po’ di lavoro, che avrei potuto evitarmi se la società mi avesse previsto. Ma non mi vedo più con gli occhi della vergogna.

E qual è il contrario della vergogna? L’orgoglio. Voilà.

È questo che vogliamo celebrare: il riscatto dalla vergogna. Reclamiamo la nostra dignità, rifuggiamo dall’umiliazione. Celebriamo i nostri corpi schembi. Ci liberiamo dal senso di colpa. Dagli sguardi compassionevoli, da quelli ammirati. Ci riappropriamo del nostro valore.

Ci ribelliamo al silenzio, all’essere ignorati, all’isolamento, alla derisione. Manifestiamo il nostro essere noi stessi, rivendicando con orgoglio il diritto a mostrarci liberamente per quello che siamo. A testa alta. Dopotutto, a sviluppare un’identità sana nonostante tutte le voci che ci rimbombano in testa, dopo tutti i bastoni fra le ruote che ci ritroviamo, un po’ di orgoglio è lecito no?

Ho provato a metterci un po’ di leggerezza, lo giuro, ma la rabbia ha vinto. Perché resta il fatto che chi può manifestare con la sua visibilità è sempre e comunque chi ha il privilegio di poterlo fare. Per questo, il nostro rimane sempre un’orgoglio monco.

Alle persone senza disabilità: queste righe non vogliono farvi sentire in colpa. È normale avere certi pensieri in questa cultura escludente e performativo-centrica. Ma se ne può uscire no?

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