Lo sport paralimpico è una sfilata di supereroi?

Questo commento di @art4sportonlus – la ONLUS dI Bebe Vio che vuole valorizzare lo sport paralimpico e aiutare giovani ragazzi amputati – mi ha scatenato delle riflessioni sulla rappresentazione degli atleti disabili, dipinti come supereroi, che voglio riproporvi.

Supereroi” ha lo stesso identico peso di “ragazzi speciali”. È la stessa cosa. Non aggiunge dignità a una persona disabile, ne toglie.

Ma andiamo con ordine.
Le parole della onlus contrappongono la disabilità al concetto di abilità, quando invece non sono due nozioni contrapposte. La disabilità è un rapporto tra le condizioni biofisiche di una persona e un contesto sfavorevole. Non dipende dalla persona e dalle sue abilità, che possono e vengono indipendentemente sviluppate in base alle sue possibilità e alle facilitazioni che il contesto mette disposizione. Anche, ma non solo, in ambito sportivo. Una persona con disabilità può sviluppare abilità eccezionali nonostante la compromissione biofisica.

È completamente diverso definire “supereroe” una persona disabile per il semplice fatto che mette in gioco le proprie abilità e determinazione. Perché lo fa esattamente come farebbe qualsiasi atleta, indipendentemente dalla disabilità. L’abilità eccezionale è una qualità della persona. Non ha niente a che vedere con la disabilità. Un atleta disabile non è un supereroe perché “supera” la disabilità. La sua abilità e determinazione sono dettate dalla bontà di essere un atleta, proprio come quelli senza disabilità.

Definire “supereroe” un atleta paralimpico per il solo fatto di gestire una disabilità e mettersi in gioco (come fanno migliaia di persone) vuol dire esagerarne il valore in maniera eufemistica e esemplare per ergere la persona a ispirazione, nella convinzione errata di fare un gesto di empowerment. Quella degli atleti disabili non è una determinazione fuori dal comune. È la stessa determinazione e impegno che ci mette qualsiasi altro atleta, solo che non verrebbe mai in mente di definire supereroe un atleta normodotato. Soprattutto ancora prima che affronti una gara.

Il mito del supereroe che tutto può grazia a tenacia e determinazione sbilancia il peso sulla singola persona, deresponsabilizzando il contesto, da cui dipendono effettivamente le occasioni che possono permettere a una persona disabile di eccellere. Oltretutto, implicando che il successo sia l’unico modo per riscattarsi come disabile. Servizi, ausili, risorse, fiducia, investimenti. Possono eccellere se non hanno barriere, soprattutto culturali. Una persona con disabilità può sviluppare abilità eccezionali nonostante la compromissione biofisica se il contesto gli fornisce le adeguate occasioni.

Il mito del super-disabile perpetrare la narrazione tossica che solo se raggiungi il successo vali qualcosa, anche come disabile, e rafforza la visione negativa della disabilità come qualcosa da cui scostarsi. Se dipingere gli atleti disabili come supereroi è una forma di (self) empowerment ed è vissuta come una responsabilità per motivare alcune persone a darci dentro, forse sarebbe altrettanto responsabile veicolare una narrazione meno tossica nei confronti di tutte le persone con disabilità.

Se si vuole spronare persone con disabilità (che hanno le occasioni di farlo) a mettersi in gioco attraverso lo sport, non serve perpetrare lo stereotipo del super-disabile, che crea danni e pone aspettative irrealistiche e tossiche e stigmatizza tanto quanto la narrativa pietista della disabilità.

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