L’esclusione delle persone disabili non è ”un incidente”

Avrete sentito del problema di inaccessibilità di cui è stata vittima la ministra israeliana al summit mondiale di Glasgow, esclusa dalla conferenza per via delle barriere architettoniche. Incidente diplomatico, l’hanno chiamato. Ebbene, facciamo un po’ di chiarezza, usiamo le parole corrette: la mancanza di accessibilità NON È UN INCIDENTE. Non si può parlare di figuraccia, nè tantomeno di dimenticanza.

La non accessibilità, che è la nostra norma, è l’esempio di un problema sistemico, diffuso e generalizzato, che incontriamo sempre, quotidianamente. Ridurlo a un incidente vuol dire non riconoscerlo come problema globale, su cui intervenire in maniera strutturale.

Usiamo le parole giuste: si chiama ESCLUSIONE.

È la dimostrazione di come nonostante accordi internazionali e impegni istituzionali ai massimi vertici non ci sia ancora l’impegno necessario di prevedere le persone con disabilità come parte di un tutto, della società. Di come è impedita la partecipazione, costantemente. Se succede ai livelli delle Nazioni Unite, alla ministra israeliana a una conferenza mondiale, tu pensa ai poveri stronzi.

“La delegazione israeliana avrebbe dovuto comunicare i bisogni particolari della ministra” dicono gli organizzatori. Il problema è che “non lo sapevamo”.

Oltre il danno, la beffa.

Oltre al trattare erroneamente l’accessibilità come condizione eccezionale, ecco che arriva il biasimo per non averlo fatto sapere. Niente di straordinario effettivamente. Oltre che imprevisti ed esclusi, ci manca giusto il rimprovero. Vedere ribaltata la colpa. La ramanzina paternalistica da parte di chi evidentemente non è minimamente in grado di riconoscere la portata del problema, che siamo obbligati a dover subire continuamente.

L’avete vista la foto della ministra israeliana? Visti quegli occhi bassi? Li riconosco benissimo. Sono la rabbia e la frustrazione che ci fanno bruciare da dentro, costantemente. Sono la rassegnazione. Il ridimensionamento della nostra dignità da parte di chi ci vive come un impiccio, e come tale ci fa sentire, vincolati alla tolleranza. La minimizzazione bonaria della gravità, la lamentela ridotta al silenzio. Per quanto ancora dobbiamo tenere gli occhi bassi?

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