La dignità è negli occhi di chi guarda

“La regina Elisabetta è riapparsa in pubblico e lo ha fatto CON DIGNITÀ, E CIOÈ SENZA LA SEDIA A ROTELLE”. È stato detto ieri sera al telegiornale di Rai 1 dalla giornalista Natalia Augias.

Ora, senza voler crocifiggere nessuno, spieghiamo il peso di queste parole violente, che sono state sentite da milioni di italiani, disabili e non. Ma soprattutto, usiamole come opportunità per capire una cosa fondamentale.

Stereotipi e pregiudizi che colpiscono le persone disabili, ruotano esattamente attorno a questo concetto: quello della dignità. Del valore.

La disabilità temporanea, il diventare disabile, è particolarmente utile come esempio: una persona in piedi ha dignità, una in sedia automaticamente la perde. Una minima variazione ne modifica lo status. Non è una questione di postura, ma di valore. Una persona in piedi è integra, intera, la cui interezza determina tutta la sua identità.

Questo vale per qualsiasi compromissione. Motoria, sensoriale, socio-emitiva, cognitiva, psichica. Una persona compromessa, lo è nella sua totalità, per una caratteristica.

Il problema quindi non è solo di vedere la sedia a rotelle come una costrizione, che alimenta una narrazione pietistica e svalutante, quando invece è uno strumento che ci permette di partecipare alla vita che ognuno merita. Quindi di avere dignità. Come ha detto Iacopo Melio c’è forse qualcosa di più dignitoso di questo? Di essere se stessi, di potersi esprimere completamente?

La sedia è uno strumento di partecipazione. Una possibilità. Un aiuto, come tanti altri di cui abbiamo bisogno, che ci restituisce potere e dà dignità, laddove la cultura ce ne toglie. Non il nostro corpo. Il problema è nell’attribuzione della dignità al “normale” status di integrità. Dove “normalità” vuol dire “come dovrebbe essere”.

È questo l’abilismo: un filtro che non sappiamo di avere che cambia il valore di quello che osserviamo in relazione a come dovrebbe essere.

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