E anche se l’omosessualità fosse una malattia mentale?

L’assessore mette in dubbio che l’omosessualità non sia una malattia mentale. La comunità LGBT+ si indigna. La notizia delle ultime ore mi ha fatto riflettere: e anche se l’omosessualità fosse una malattia mentale? Qual è l’esigenza di accertarsi che lo sia oppure no? Se lo fosse come cambierebbe la natura del dibattito? Fermo restando che “il dibattito” è fermo da cinquant’anni. Ma metti che fosse una malattia mentale. E quindi? Cosa sarebbe lecito dire?

È curioso questo scaldarsi sul tema omosessualità-malattia mentale, da entrambe le parti. Sia da parte dei detrattori, che evidentemente sperano di poter sfruttare la questione per una delegittimazione sul piano morale. Sia da parte della comunità lgbt+ stessa, che ci tiene a rivendicare con forza la propria estraneità a una condizione evidentemente vista come negativa.

Entrambe le posizioni considerano il disturbo mentale una condizione di svalutazione. Come se fosse implicitamente associato all’errore, un’anomalia, passibile di colpa, di vergogna. In ogni caso, disonorevole. Che ricalca perfettamente lo stigma che ricade a livello sociologico sul tema della salute mentale: la malattia mentale è una brutta cosa, motivo di discredito, disonore, eterna sconfitta.

Effettivamente cosa puoi permetterti di fare coi pazzi? Puoi non ascoltarli, non dargli credito. Ed è probabilmente questo il timore nella rivendicazione di integrità da parte della comunità lgbt+, quella di sentirsi discreditata per una posizione trattata da ambo le parti come minoritaria.

E da parte dei detrattori. Se fosse una malattia, allora sarebbero delegittimati tutti gli sforzi per non discriminare le persone lgbt+? Le persone malate non dovrebbero godere di pari diritti e dignità? Di tutele? È un discorso che a un certo punto va in corto circuito, ma da cui la malattia mentale esce sempre sconfitta.

Qual è il rapporto fra una malattia mentale e una società considerata sana? Il potere di quest’ultima su una condizione vista come implicitamente problematica. Il controllo della vita di chi è considerato deviato, pericoloso, da contenere, da correggere. Una questione da gestire, di cui prendersi carico. È una questione di potere.

Mi domando una persona con una malattia, un disturbo mentale qualsiasi, un deficit anche lieve come possa vivere questa situazione. Soprattutto una persona lgbt+ con un disturbo mentale o disabilità cognitiva come possa affrontarla.

Sarebbe stato così liberatorio rispondere all’assessore omofobo: “E quindi?”

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